Essere o non essere?

Nella gestione economica di una Casa automobilistica si possono seguire diverse filosofie. Qualcuna punta sull’innovazione, sulla ricerca continua e sul raggiungimento di standard sempre più alti, magari con qualche scorciatoia quando la tecnologia richiederebbe più tempo della finanza. E’ il caso della Volkswagen, che ha fatto bandiera del suo continuo rinnovarsi e migliorarsi tranne poi cadere in quello che forse è stato un tranello ma che comunque la sta portando rapidamente a un ridimensionamento che non fa giustizia dei suoi sforzi nell’ultimo ventennio. Per sopravvivere all’enorme esborso economico che si prospetta dovrà infatti con ogni probabilità tagliare quello che fa luccichìo ma non core business, tipo Ducati, Lamborghini, Bugatti e anche Seat, da tempo in bilico a favore di Skoda ma anche poco remunerativa in assoluto. Da numero uno mondiale a comprimaria in pochi mesi, dunque, un vero tracollo. Per non parlare di quanto occorrerà per riguadagnare la fiducia del mercato Usa, che non perdona facilmente le menzogne (gli omicidi e le truffe invece sì). Possiamo dire quindi che questa strategia è perdente? Beh, senza l’inghippo non lo sarebbe stata, quindi il giudizio è sospeso. Peraltro ci sono invece altre strade, apparentemente più arzigogolate ma decisamente più convenienti nell’ottica finanziaria. Per esempio: come si acquista un marchio senza sborsare un quattrino? Semplice, te li fai da qualcun’altro, i soldi. Dal governo, dal mercato. Ma questo è possibile soltanto se tu sei già da solo un asset, se cioè si ritiene che le tue capacità siano tali da trasformare quello che tocchi in profitto, più o meno sempre, e quindi hai fiducia a priori. Abbiamo di fronte un esempio chiarissimo di questa tipologia imprenditoriale, che in questi giorni attinge a una ricca cassa scaricando nel contempo passivi su una società assolutamente in attivo e attingendo pure al finanziamento borsistico; capra e cavoli. Quindi meglio così, meglio avere prodotti obsoleti ma che riducono l’esposizione e ridimensionare i costi di un’industria, quella automobilistica, che va verso esborsi capaci di vanificare i suoi profitti nel medio termine? Oppure meglio ragionare alla Piëch, con l’obiettivo ingegneristico di fare sempre meglio, magari inciampando ogni tanto, ma orgogliosi delle proprie capacità? Difficile dirlo, soprattutto in tempo di crisi: i consumatori debbono guardare al sodo. Ma forse la verità è soltanto che il mondo dell’auto come lo conosciamo è finito e che questi sono davvero i last urrah.

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