Tutta colpa del whistleblower

Capisco distogliere stumentalmente l’attenzione, capisco pure saltare di palo in frasca tipo primate sempre allo stesso scopo, ma quando ci si incaglia nella ricerca di un responsabile per i propri fallimenti allora diventa una telenovela. La serie in questione è ovviamente Tesla roots (radici) e la scena è quella di un interno, quello della corte federale del Nevada, dove la settimana scorsa l’azienda californiana ha citato il tecnico Gigafactory Martin Tripp per aver ceduto a terzi materiale fotografico e video del sistema di costruzione adottato da Tesla nell’impianto. L’accusa si spinge anche oltre, perché imputa a Tripp l’aver fornito false informazioni ai media e l’aver tentato di far aderire alla sua azione di sabotaggio altri dipendenti. Quel che è certo è che i rapporti tra Tripp e Musk non erano dei migliori. In uno scambio di mail reso pubblico, infatti, dopo un confronto piuttosto diretto Musk accusava Tripp di essere un horrible human being (un essere orribile), insulto al quale il suddetto replicava attribuendo al tycoon lo stesso attributo per l’assenza di scrupoli nell’aver messo in vendita auto pericolose. In particolare, il riferimento era a una serie di pacchi batterie fessurati installati coumunque sulle Model 3 in allestimento, sempre secondo Tripp. La questione andrà avanti per le complesse vie legali Usa e Tesla ha negato l’uso di accumulatori non sicuri, ma di sicuro l’azienda ha problemi con le batterie e i ritardi nella costruzione delle vetture sono imputabili proprio a tali problemi. Al di là delle frustrate motivazioni di carriera di Tripp dunque, c’è un vulnus centrale nell’intero processo alla base delle auto elettriche del marchio e finché non sarà risolto assisteremo probabilmente ad altri colpi di scena atti a far sì che la fiducia degli investitori nella capacità di agitare le acque della finanza di Elon Musk resti invariata.

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