Musk e il delirio di onnipotenza

A furia di farsi canne e twittare, il tycoon americano potrebbe essersi, diciamo, allontanato un podalla realtà. Ma, pur celebrato da più parti come il più geniale manager del panorama mondiale , qualcuno presta molta attenzione alle sue mosse, in particolare l’amministrazione federale, che vede nei suoi tweet un modo di muovere capitali non sempre lecito. In particolare, la Securities and Exchange Commission ha promosso giovedì scorso una causa nei suoi confronti proprio per i tweet sul riacquisto delle azioni di cui parlava in estate. Musk aveva dichiarato di voler tornare a una società privata e non quotata in borsa, e aveva avuto contatti con un fondo sovrano saudita per il reperimento dei capitali necessari. Aveva anche preallertato i manager Tesla sull’intenzione di quotare il riacquisto a 420 $ ad azione, al di sopra quindi del valore di 419 $ della chiusura di borsa, dicendo che l’arrotondamento al valore superiore era avvenuto dopo aver preso coscienza “del valore del numero nella cultura della marijuana”. Frase criptica e forse irridente che non è piaciuta all’ente di controllo federale. Poi, il 24 agosto fine della storia, comunicato con un altro tweet. Ora, i nostri tweet hanno un valore, quelli di chi si trova alla testa di una società che vale miliardi dollari un altro. E le loro conseguenze si misurano in movimenti di capitale assai massicci, che l’ente federale subodora possano nascondere fini illeciti. Non è una semplice formalità quindi e il commento ufficiale di Musk mostra che la cosa ha preso una brutta piega: “Questa azione ingiustificata da parte della SEC mi lascia profondamente rattristato e deluso. Ho sempre agito nel migliore interesse della verità, della trasparenza e degli investitori. L’integrità è il valore più importante della mia vita e i fatti dimostreranno che non l’ho mai compromesso in alcun modo”. In Usa le cause con gli enti federali, anche se sei un multimiliardario, non sono mai da prendere alla leggera.

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