Tesla hackerata, Model 3 guadagnata

L’hacker (e parlo del o dei singoli, non dei team di stato arruolati per lo spionaggio) è una sorta di anarchico del secondo millennio che si ribella al sistema ma nel contempo finisce per fare proprio i suoi interessi. Non si tratta di tirare in ballo i poteri forti, ma di valutare quanto gli attacchi ai vari apparati siano kafkianamente funzionali al loro sviluppo. I programmi sono strutturalmente semplici, sequenze di operazioni da eseguire. Il fatto è che di sequenze ce sono miliardi, tante da perderci la testa. Ma se il nerd di turno risolve un cubo di Rubik può anche trovare il filo di Arianna della security del programma e crakkarlo, cioè dargli nuove direttive. Lo sanno bene i responsabili delle nuove tecnologie, che tanto dipendono dal digitale e dalla connessione, ormai veicolo elettivo dei contagi. Quindi si organizzano hacking event, dove i migliori del campo si sfidano a entrare in sistemi chiusi e protetti; è il caso di Pwn2Own, in corso a Vancouver, Canada. E veniamo all’automobile. Anche senza guida automatica le auto più evolute sono connesse al web e presentano vulnerabilità che possono dar luogo a piccoli problemi o gravi incidenti. Eventualità non così peregrine, che i costruttori ormai debbono considerare. Poteva Tesla, sottrarsi a tutto ciò? Così quest’anno ha deciso di partecipare direttamente al Pwn2Own, insieme a giganti come Oracle, Microsoft e Google che offrivano anch’essi i loro sofwtware alla prova del nove. Il team Fluoroacetate di Amat Cama e Richard Zhu ha violato l’infotainment di una Model 3 prendendone il controllo. E Tesla quell’auto gliel’ha regalata. Tutti belli contentoni, perché trovata la falla si può tapparla. Fino alla prossima. Se la 3 vi fa gola, quindi, datevi da fare per il prossimo contest.

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