FCA-Renault, accordo in chiaroscuro

La prospettata (per ora da parte di FCA, autrice della proposta) fusione tra il gruppo anglo/olandese e Renault, attualmente all’esame del consiglio di amministrazione di quest’ultima, al di là del reciproco possibile vantaggio per i due attori potrebbe nascondere anche pesanti conseguenze sul versante lavorativo ed economico per il nostro Paese. Innanzitutto c’è la questione della proprietà della Régie, al 15% dello stato francese. La cosa non è di poco conto, perché nell’eventualità di uno scambio azionario al 50% il governo l’Oltralpe avrebbe di fatto titolo a decidere su andamenti e sviluppi (o meno) degli impianti italiani, oltre che su quelli in altri Paesi. Visto il complesso andamento delle relazioni reciproche, al momento non mi sembra una prospettiva allettante né promettente. Le ipotesi di creazione di un gruppo leader al livello mondiale, poi, sono strettamente legate alla permanenza di Nissan nel gruppo, cosa non così scontata. Che il Giappone sia pervaso da un forte nazionalismo si sa e l’affaire Ghosn è servito a rinfrescare i desideri di autonomia completa della Casa, che ora più che mai ambirebbe a riscattare quel 43,4% azionario nelle mani dei francesi. Ma è proprio Nissan l’alfiere tecnologico del gruppo e la sua dipartita lascerebbe a Renault un grosso buco di risorse sulle nuove tecnologie, oltre a una netta riduzione del fatturato che, pur con l’accordo con FCA, non le permetterebbe certo di superare VW in termini di vendite. Non dimentichiamo poi che l’acquisizione del pacchetto di controllo di Mitsubishi è stata a cura di Nissan; in caso di separazione anche quella fetta di mercato andrebbe perduta. Infine c’è la concreta possibilità di problemi occupazionali, vista la sostanziale sovrapposizione dei modelli tra i due marchi. Un accordo in chiaroscuro, dunque, la cui portata è ancora tutta da definire.

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