Tesla, la setta

Non comprerò mai una Tesla e non è solo questione di prezzo, né della mia fondamentale essenza giurassica che mi porta a preferire le pluricilindriche. Il fatto è che di Tesla non ti puoi fidare. Il suo indirizzo, la mission aziendale, pare muti con continuità con l’unico obiettivo concreto del profitto. Beh, direte voi, logico. Mica le costruiscono per gioco; è business. Vero, ma acquirenti e potenzialmente tali sono costantemente costretti a a slalom tra modelli scelti in pre-order che non ci sono (o non ci sono più o non ci sono mai stati), offerte economiche che durano un istante, lotterie per le ricariche. Con Tesla non acquisti un’auto, entri in una setta. Il cui santone, il tycoon Elon Musk, fa il padre padrone di tutto quanto, pur in continuo e logico conflitto (compiacente) con la borsa; il tutto escludendo ovviamente la sua intoccabile fortuna personale. Lo spunto del mio discorso viene da una notizia di ieri che riguarda la cancellazione dal listino della versione Long Range della Model 3 a trazione posteriore, incidentalmente la più richiesta e in un certo senso la più conveniente. La modalità produttiva adottata nello stabilimento di Fremont ha un che di virale, nel senso di mutare e adattarsi alle convenienze, ma escludendo a priori ogni interesse del cliente, che deve soltanto adorare il brand e piegarsi alle sue superiori esigenze. Esagero? Beh, spiegatemi allora le torme di volontari che in Cina affollano le concessionarie per rendere edotti i clienti di ogni meraviglia delle Model 3, un fenomeno magari solo cinese ma che ha riscontri nostrani nel senso elitario che accomuna i possessori del marchio a T. E poi fate mente locale. Le Tesla sono connesse e dalla California le possono monitorare una ad una. Quindi la tua auto, pagata fior di soldini, non è mai davvero tua, ma graziosamente affidata alla tua guida. Continuo a pensare a Musk come a un brillante visionario, ma credere che il suo ruolo vada oltre il profitto è decisamente ingenuo.

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