Quando l’elettrico invecchia

Trattando delle venture modifiche alle IndyCar, sostenevo questo fosse probabilmente l’unico settore high tech nel quale gli States seguono invece di condurre il mood generale. Niente di più vero se guardiamo alle auto elettriche. Mentre dalle nostre parti, specie in Italia, siamo ancora all’anno zero, negli Usa ci sono già BEV (Battery Electric Vehicle) che hanno compiuto i dieci anni, tipicamente Nissan Leaf, le prime sul mercato, ma anche qualche Tesla (Roadster). Ci sono poi moltissime ibride, che condividono l’evoluzione al ribasso della capacità della batteria. Quindi stanno emergendo numerosi problemi legati all’usato, per niente semplici da gestire e, soprattutto, molto costosi da risolvere.

Cominciamo con le ibride. Su queste auto la parte elettrica aiuta a ridurre (virtualmente) i consumi, ma serve anche all’avviamento del motore a combustione, senza il quale la vettura, semplicemente, è inutilizzabile. Se dunque il mezzo è vecchio ci sono solo due strade: venderlo oppure optare per un refurbishment, una messa a nuovo della batteria; un po’ quello che si fa con i telefoni. Ma a chi la vendi un’auto che non si mette in moto? Emerge dunque un problema importante, perché i costi, siano essi assunti dal proprietario o (ipotizzo) dalla concessionaria che ha ritirato l’auto, oscillano tra 2.000 e 7.000 dollari, cifra notevole per un vecchio veicolo, che potrebbe inoltre aver bisogno di altri ritocchi per essere vendibile. In mancanza di un programma ufficiale da parte delle Case, attualmente c’è un sostanziale stallo, che pesa sulle tasche dei vecchi acquirenti e, soprattutto, sposta le loro scelte per i futuri acquisti verso modelli più convenzionali.

Ma passiamo alle elettriche. Qui la riduzione di carica corrisponde direttamente a un impiego sempre più difficile, che a un certo punto raggiunge il limite. Si configura però lo stesso problema delle ibride, con vecchie auto invendibili e costi per il refurbishment ancora più alti. Nissan ha per le Leaf un programma dedicato che in Giappone costa 3.000 $, ma che oggi negli Usa è disponibile per 8.500. Tesla non ci ha ancora pensato, il grosso delle sue vendite è ancora relativamente giovane. Di fatto comunque, se ci vogliono 8.500 dollari per sostituire la batteria giapponese da 24 kWh, applicando un pur grossolano incremento lineare, per un accumulatore da  90 kWh occorreranno almeno 30.000 dollari, cifra davvero poco sostenibile per un’auto che magari ha superato i 200.000 km.

Le alternative al momento non esistono e la situazione configura una sostanziale vanificazione del valore usato di mezzi molto costosi, con l’ulteriore prospettiva di uno smaltimento ancora da nessuno messo in conto, che in pratica potrebbe riguardare non solo batterie ma intere vetture. Il ritorno dell’usa e getta, quindi, e proprio con i mezzi che dovrebbero invece celebrare la new age ecologica del riciclo. Ironia della sorte o mera speculazione sulla pelle di chi crede ingenuamente che all’industria interessi l’ambiente?

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