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Il lungo viaggio di FCA

In queste settimane FCA è al centro dell’attenzione generale a seguito dei continui aggiornamenti sulle vicende che stanno segnando il cammino del gruppo. La miccia che ha dato fuoco alle polveri, lo sanno tutti, è l’annuncio di qualche settimana fa: il colosso italo americano ha raggiunto un’intesa con il gruppo francese PSA per una fusione.

Questa intesa, dissero tutti, darà vita al quarto costruttore automobilistico al mondo con circa 8,7 milioni di veicoli l’anno. Tanto è bastato per scatenare una rivoluzione: in queste settimane sono dilagati commenti, ipotesi e suggestioni di ogni tipo, compresa qualche pugnalata della concorrenza.

Come la causa intentata da General Motors contro FCA: secondo GM infatti a partire dal 2009 gli uomini di Marchionne (con il placet dello stesso numero uno di FCA) avrebbero pagato tangenti per corrompere i responsabili del sindacato americano UAW ottenendo benefici, concessioni e vantaggi nei negoziati con il sindacato stesso.

Insomma una gran brutta gatta da pelare in un momento decisamente delicato. Eppure i lavori tra FCA e PSA non si sono mai interrotti e secondo quanto si apprende da una lettera inviata in queste ore ai rispettivi dipendenti, i due gruppi stanno mettendo a punto un memorandum d’intesa da firmare nelle prossime settimane, probabilmente già entro Natale.

“Le due parti – si legge nella lettera – sono molto motivate a elaborare un piano che abbia successo e stiamo facendo ottimi progressi verso l’obiettivo finale. FCA e PSA faranno leva su tutte le loro risorse nel settore della ricerca e sviluppo per promuovere un futuro fatto di innovazione” E infine: “abbiamo aperto la strada alla creazione di un nuovo gruppo che occuperà una posizione di leadership a livello mondiale nel settore della mobilità sostenibile per soddisfare le esigenze di ogni tipo di clientela”.

Per chi si occupa di auto e non di alta finanza creativa, queste parole non possono che far piacere. Perché? Semplice: perché finalmente si pone l’accento su un aspetto finora poco considerato: il prodotto finale.

In altri termini, chi ha un minimo di dimestichezza con questo mondo sa perfettamente che FCA doveva e deve trovare un partner per essere competitiva sul mercato.

Certo, c’è Chrysler che mostra i muscoli e macina utili. Ma non può bastare: Fiat, Alfa Romeo, Maserati e quel che resta di Lancia stanno esaurendo le munizioni.

Hanno il fiato corto e i manager torinesi stanno facendo miracoli per tenere a galla questi marchi. Mancano le novità, manca l’offerta che hanno attualmente tutti i competitor e soprattutto manca quella visione industriale a lungo termine che hanno tutti i big dell’auto.

Ecco perché, sempre che si continui a parlare di automobili, questa fusione non potrà che far bene a FCA. Avrà accesso alla banca di PSA, che a sua volta beneficerà di una corsia preferenziale in America, e otterrà le risorse per progettare le auto di domani e dopodomani.

Auto che necessariamente dovranno passare anche attraverso la progressiva elettrificazione con i nuovi modelli ibridi e elettrici. Non è tutto, ma è un buon inizio. Qualcosa che, si augurano tutti, darà nuova linfa al gruppo permettendogli di recuperare la rotta.

Questi gli aspetti positivi della probabile intesa. Va peraltro sottolineato che le due parti hanno anche parlato esplicitamente di auspicabili sinergie. E da che mondo è mondo il termine sinergia è un modo elegante per indicare tagli di strutture e di personale in eccesso.

Sinergie che verranno realizzate soprattutto in Europa, dove a ben guardare ci sono quattro marchi sovrapponibili (Peugeot, Citroen, Opel e Fiat) ed è oggettivamente molto difficile ipotizzare che gli italiani ne usciranno indenni.

Anche perché molti analisti sostengono in modo esplicito che più che di fusione sarebbe opportuno parlare di vendita, dal momento che i francesi, pagando, otterranno il controllo del consiglio di amministrazione con 6 membri su 11, compreso il Ceo, che sarà Carlos Tavares.

Così come di questa nuova società (con sede in Olanda) gli italiani della Exor avranno il 14,2% mentre i tre azionisti di PSA, la famiglia Peugeot, lo Stato francese e i cinesi di Dongfeng deterranno ciascuno il 5,9%.

Ma questa è alta finanza e la lasciamo volentieri ai grandi esperti. Qui forse basta porre l’accento sul futuro dei modelli di casa nostra. Perché se è altamente probabile che l’industria italiana ne uscirà ridimensionata, è altrettanto incontestabile che senza questi “aiutini” esterni quasi certamente non avremmo fatto molta strada.

Insomma questa fusione sancirà pure la fine di un’epopea di oltre 100 anni di storia patria e, forse, il termine di una visione industriale che da sempre ha accompagnato il nostro cammino, ma si tratta di una cura assolutamente necessaria. Perderemo una parte di noi certo, ma FCA avrà finalmente (si spera) prodotti all’altezza del mercato. 

Questo è quanto. Salvo ovviamente cambi di programma o imprevedibili colpi di scena, come nel caso della causa intentata da GM a FCA per le presunte tangenti pagate per “oliare” i meccanismi del sindacato americano.

Al momento parlano solo i legali dei due gruppi e non resta perciò che attendere gli sviluppi della vicenda. Ritengo però che almeno una considerazione sia doverosa: d’accordo che GM ha appena firmato un costoso accordo con i sindacati per il rinnovo del contratto, ma perché solo ora ha deciso di portare alla luce del sole questa vicenda?   

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