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Battery pollution

Ci raccontano da parecchio che la filiera elettrica nasce con l’intento di preservare l’ambiente e ridurre il consumo di risorse non rinnovabili. Ma sinceramente non mi sembra così, anche perché alla base di un concetto che ci dipingono come innovativo c’è il solito criterio dominante dell’economia come la conosciamo oggi (variamente camuffato): produrre per vendere, senza andare troppo per il sottile con ogni altro argomento collegato.

Calato nello specifico il discorso suona: se veramente vuoi cambiare disco, devi iniziare a produrre ogni componente dei nuovi veicoli pensando a come la smaltirai dopo la fine del periodo d’uso.
E sappiamo tutti che il discorso è particolarmente cogente se consideriamo gli accumulatori. A oggi non esiste una procedura ufficiale di smaltimento e i penosi tentativi di aggirare il problema raccontando di un secondo uso delle batterie per accumulatori statici o giù di lì non fanno che spostare più in là il problema senza risolverlo.

Secondo una ricerca svolta da Aceleron, società del settore di Birmingham, UK, se la mobilità elettrica decollerà, come nelle previsioni di molti costruttori, potremmo avere a che fare con 11 milioni di tonnellate di accumulatori esausti l’anno per i prossimi vent’anni, senza disporre di una procedura per eliminare la minaccia ambientale costituita da oggetti che inquinano per il volume occupato e la presenza di metalli pesanti oltre ad avere la spiacevole tendenza, quando deteriorati, a prendere fuoco autonomamente.

Aceleron non è una onlus ma si occupa proprio del progetto di accumulatori al litio e ovviamente mira a realizzare profitti. Se mette il dito nella piaga è perciò per far conoscere il suo processo di fabbricazione, che ritiene assai più adatto a fronteggiare la crescita del settore di quelli attualmente in uso.
Il principio è semplice: gli accumulatori sono realizzati in modo da poter essere riparati e riusati quando si manifestino problemi, in modo che l’intero pacco arrivi a fine vita molto più in là nel tempo, quando effettivamente la totalità delle sue costituenti non sia più atta a funzionare.

A questo scopo ogni batteria della Aceleron è dotata di un software di gestione che ne permette il monitoraggio a distanza e informa dell’efficienza di ogni componente, segnalando quando ne occorra la sostituzione. Un accordo con il costruttore brit Eco Charger ha permesso di realizzare le prime unità con questa metodologia, che a oggi possono riutilizzare il 90% dei componenti anche dopo la fine del primo periodo d’uso.

Auguriamoci dunque che l’approccio di Aceleron si diffonda e che il futuro non ci riservi la solita area sfortunata del globo, tipo Bangladesh con le navi, destinata allo smatimento delle batterie esauste.

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