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Imparare dal coronavirus

In questo triste periodo epidemico, del quale per ora è difficile vedere anche solo un rallentamento nei contagi, l’intera struttura del mondo come lo conosciamo è messa a dura prova.
E se è vero che trasporti e connessioni sono elemento essenziale della globalizzazione, la loro interruzione chiama a un ripensamento non solo temporaneo, ma sostanziale.

Il web è pieno di post e video catastrofisti, sorta di catarsi che alla lunga cerca solo di non affrontare il problema, ma i contributi più negativi sono per me quelli che vedono in questa epidemia una sorta di punizione per la nostra violenza sulla natura che ci circonda.

Un po’ come criticare un ghepardo perché caccia la gazzella, salvo poi intenerirsi per i suoi cuccioli che muoiono di fame. Non c’è un protagonista che si possa chiamare fuori, vivere implica scelte che fatalmente penalizzano sempre qualcuno o qualcosa.
L’uomo dunque non ha violentato niente e nessuno, ha solo cercato di evolversi. Certo però non lo ha fatto al meglio e questo perché ha seguito i dettami dell’economia che, quella sì, è divenuta un mostro con criteri antitetici rispetto a quelli naturali. Comprare a poco, vendere a molto; è semplice. Scegliere sempre la via più diretta per aumentare gli introiti; etica zero. Fare cose perché rende, non perché è giusto.

Nel mondo automotive le proiezioni di questo approccio sono evidenti, quando ci sono marchi che possono fare utili nell’ambito del mercato del lusso o di ultra-nicchia o quando si sfrutta una nuova tecnologia incuranti del costo sociale del reperimento delle risorse necessarie al suo sviluppo.

L’automobile è nata come oggetto utile; doveva permettere di accorciare i tempi di percorrenza e favorire gli scambi. Poi si è sviluppata sempre più ed è diventata la compagna di ogni famiglia; ora sembra un nemico.
Ma in definitiva è ancora quell’oggetto utile, ce ne accorgiamo bene oggi, dato che rappresenta l’unica alternativa a un trasporto pubblico che veicola, oltre che persone, anche contagi.

Quando questa storia finirà, ci sarà ancora bisogno di connessioni. E fatti bene i conti, vedremo se sarà ancora epoca di compagnie low cost, che ho il sospetto non usciranno al meglio da un blocco così totale. Il trasporto pubblico ha costi di gestione elevatissimi e in assenza di introiti può collassare facilmente.

Quello privato è invece più agile e, sempre che non siano falliti tutti i benzinai, avrà certamente ampio spazio per far ripartire il sistema.
E parlo di benzinai perché sinceramente credo che ci sarà una bella battuta d’arresto per la pretesa rivoluzione elettrica.
Dopo una calamità di questa portata è opportuno fare scelte concrete, basate su tecnologie consolidate e soprattutto immediatamente disponibili.

Certo però che un ripensamento del tutto subito e a qualunque costo si impone. Abbiamo visto come sia bastato poco per ridurre enormemente il grado di inquinamento di intere regioni. In Cina le foto satellitari mostrano aria finalmente respirabile, a Venezia nelle calli sono tornati acqua trasparente e pesci. Certo questo non inverte l’eccesso di produzione di CO2, ma è evidente come la natura recuperi rapidamente i guasti dell’umanità.

Quindi bisognerà darle il tempo di sistemare le cose riducendo l’impatto delle nostre attività sull’ecosistema. Non dovremo rinunciare d’amblée alla nostra vita assistita, ma quell’assistenza dovrà integrare esigenze meno stressanti di quelle attuali.
Lavorare da casa si può, evitare inutili riunioni a migliaia di chilometri di distanza pure, tutto grazie alle connessioni oggi sottosfruttate. Ma soprattutto si può lavorare meno e avere più tempo per sé e gli altri, senza la paura di tornare al medioevo.

Basta non appiattirsi ancora una volta sui criteri dell’economia, ma riscriverli in un’ottica più efficace e solidale con tutto ciò che circonda.

La catastrofi determimano enormi cambiamenti, le due guerre mondiali ce l’hanno insegnato. Facciamo sì che anche questa possa insegnarci qualcosa.

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