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Le elettriche al tempo del coronavirus

Eravamo tutti pronti a un salone di Ginevra in tono ridotto ma comunque elemento immutabile per marcare il passo dell’industria automotive, specie dopo il give up di Francoforte, e invece niente.

Annullato il salone, annullate le conferenze, le presentazioni, le concept, sostituite in tutta fretta da eventi virtuali che cercano di recuperare in parte l’effetto amplificatore di un salone ormai irrimediabilmente perduto.
Una perdita economica e d’immagine molto pesante per un settore già in forte crisi, che nel caso di alcuni costruttori ha iniziato a tirare i remi in barca nella prospettiva del cambio epocale costituito dal passaggio ai motori elettrici.

L’effetto del coronavirus è quindi devastante non solo nell’immediato impatto sulla salute, ancora più preoccupante vista l’avanzata età media dei cittadini europei in genere e in particolare in Italia, ma anche nelle prospettive economiche globali, che porteranno certamente a una frenata epocale del PIL mondiale e a un ridimensionamento di progetti, ambizioni e prospettive.
Traslato in campo automotive, il tutto suona come un gigantesco handicap alla diffusione della tecnologia elettrica.

In Cina la produzione dicono stia ricominciando, ma è presto per vedere se tornerà ai livelli sui quali il mondo era tarato prima di questa epidemia. Tutto il materiale relativo alla filiera elettrica (e non solo) viene da lì e attualmente ogni produttore europeo o statunitense sconta un blocco più o meno accentuato nei ritmi produttivi.

Il fatto è che il virus ha anche azzerato la domanda; d’altronde chi pensa a cambiare l’auto quando ti dicono di stare in casa e il tuo posto di lavoro potrebbe essere in bilico.
L’associazione delle due problematiche, produzione ferma e domanda incerta, è devastante, specie in un mercato come quello elettrico caratterizzato sino a qualche giorno fa da campagne martellanti per sostenerne l’effettiva esistenza. Gli ingenti investimenti delle Case seguono un preciso piano di sviluppo e rientro dei capitali che in questi frangenti è rimesso in gioco alla radice, con la concreta possibilità che tutta la fliera subisca uno stop destinato a durare a lungo.

Anche gli enti nazionali e sovranazionali dovranno farsene una ragione: con il virus che incombe il problema ecologico passa in secondo piano (sorry for Greta), anche perché un positivo ma triste effetto collaterale del Covid-19 è proprio la riduzione degli inquinanti nelle principali aree produttive, avrete visto tutti le foto della Nasa sul territorio Cinese.

Quando questa brutta storia finirà, perché in un modo o nell’altro le epidemie passano, il mondo sarà diverso. Occorreranno mesi o forse anni per riprendere una normalità sociale e industriale, ma quest’ultima potrebbe avere l’occasione ripartire in modo innovativo, con nuovi obiettivi e nuove esigenze, indotte anche da una clientela diventata più saggia.
Un ritorno alla semplicità sarebbe auspicabile, certo condito dalla tecnologia, che sta mostrando in questi frangenti la sua utilità con il telelavoro e le connessioni operative.

Non siamo su uno scacchiere privo di rischi. La guerra in Siria, le ambizioni russe e turche sulla Libia, i profughi che premono sulle frontiere non spariranno certo con un colpo di spugna.
Ma la natura insegna che distruzione e ricrescita sono sempre connesse; la possibilità che ci sia un avvenire più concreto e positivo quindi esiste, basta coglierla.

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