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Elettriche al bivio?

Una delle possibili conseguenze legate al dramma globale dell’epidemia da coronavirus, è che la sua diffusione potrebbe rallentare in maniera preoccupante gli investimenti sull’auto elettrica. A prescindere, è ovvio, dal fatto che il processo di transizione sia stato deciso, avallato e pianificato da tempo.

L’analisi emerge da uno studio di Deloitte, società di management e consulting a livello mondiale, che pone l’accento sul crollo dei mercati e della produzione industriale. Crollo che inevitabilmente comporterà uno slittamento dei nuovi parametri stabiliti dalla UE sulle emissioni di CO2 fissati, come saprete, in 95 g/km. Sarebbe quantomeno ingenuo, allo stato attuale della situazione, pensare che le aziende automobilistiche possano mettersi in regola nei prossimi mesi.

Anche perché si prevede quest’anno una caduta della produzione mondiale di veicoli di circa 11 milioni di unità; caleranno infatti dagli 88,9 milioni del 2019 ai 77,9 milioni del 2020. Nel dettaglio, in Nord America verranno prodotti 2,2 milioni di veicoli in meno, mentre in Europa l’emorragia sarà di quasi 3 milioni di esemplari.

E veniamo dunque al punto che più ci interessa. Il blocco degli stabilimenti cinesi, che per inciso sono i più grandi produttori al mondo di batterie, non potrà non avere ripercussioni negative sulla filiera internazionale, con un progressivo aumento dell’incertezza su sviluppo, ricerca, tempistiche e stime per il 2020. Tutto questo, nonostante la Cina stia ripartendo a livello sociale e industriale.
Sia come sia, se è innegabile che timori, incertezze, cali di fatturato stanno coinvolgendo l’intero settore automotive, è altrettanto ipotizzabile che il futuro prossimo dell’auto elettrica potrebbe avere il sapore amaro di una Pearl Harbour del ventunesimo secolo….

Esagero? Spero di sì. Provate però a pensare al “vecchio” modello industriale della produzione just in time ideato per evitare costose e inutili scorte di magazzino: l’auto si montava per pezzo, secondo schemi ben precisi e secondo il flusso giornaliero (o quasi) della filiera della componentistica. Procedimento di lavorazione che, temo, avrà sempre meno valore, se continueremo a pensare alla filiera dell’automotive come un enorme distributore globale. Il concetto vale per tutti, certo. Non solo per le auto a zero emissioni. Come potranno consegnare, ad esempio, una meravigliosa supercar tedesca “solo” perché Brembo non garantisce la fornitura di impianti frenanti?

Lo stesso vale, personalmente credo ancor di più, per le auto elettriche che sono un fenomeno troppo recente, penalizzate da prezzi di listino nella stragrande maggioranza dei casi improponibili sui mercati di domani (e forse anche dopodomani).

Ecco perché non è così improbabile ritenere che tanti potenziali acquirenti aspetteranno tempi migliori prima di fare il grande passo verso l’elettrico. Che, ripeto, al momento non sembra fornire garanzie valide. E allora non resterà che tornare a puntare sulle auto più popolari equipaggiate con motori a benzina e diesel. Magari spiegando a chi di dovere che questi motori hanno ancora buoni margini di sviluppo in termini di impatto ambientale. Ma mi rendo conto che questa è tutta un’altra storia….

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