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Paranoia da virus

Gli effetti del coronavirus sull’organismo non sono ancora del tutto noti, ma quelli sulla mente delle amministrazioni locali diventano ogni giorno più chiari.
Sfruttando la necessaria riduzione/eliminazione dei mezzi pubblici per le ragioni ormai note a tutti, i gestori del traffico hanno annunciato che Milano è pronta a introdurre un nuovo schema di circolazione stradale che riallochi lo spazio stradale dalle auto al ciclismo e ai pedoni.
Secondo il nuovo schema, 35 km di strade saranno trasformate nel corso dell’estate, con una rapida espansione sperimentale in tutta la città del ciclismo e dei percorsi pedonali in contemporanea alla progressiva eliminazione delle restrizioni da Covid 19.

La storia delle piste ciclabili a Milano ha ormai l’età dei datteri. Fatta di grandi annunci ma di poche e scoordinate realizzazioni (piste che vanno dal nulla al nulla, privilegio dei percorsi in centro a scapito delle periferie, pavimentazioni a pavé per le bici e lisce per i pedoni) è come sempre il grimaldello per non affrontare concretamente il problema del sacrosanto diritto alla mobilità dei cittadini.
La proposta di pedonalizzare corso Buenos Aires è la testimonianza di un pericoloso distacco dalla realtà delle amministrazioni, che probabilmente pensano di vivere in un mondo ideale e intendono applicare in modo coercitivo ai cittadini regole scaturite dall’egoismo di chi gode di privilegi negati alla massa.

L’epidemia ha messo in luce un tessuto sociale fatto in congrua parte di anziani malati e reclusi, di certo non utilizzatori preferenziali del ciclo. E anche per i più giovani il tentativo di replicare un ambiente alla Copenaghen prescinde dall’esame obiettivo delle condizioni economiche e di vita dei singoli.
Non è tempo di fughe in avanti basate sul nulla, ma di esami razionali dello stato di fatto e di scelte per aiutare a riprendersi una popolazione duramente piegata dalla catastrofe, non l’occasione di salire su una soap box per declinare un programma radical chic i cui presupposti non hanno alcun riscontro con temi di protezione, né dell’ambiente, né della salute, né tantomeno dei singoli.

Abitare in città non può diventare un inferno fatto di difficoltà quotidiane e kafkiane nell’affrontare le normali azioni del vivere. E l’intento di ridurre le disparità dev’essere affrontato concretamente, anche e soprattutto sulla mobilità.

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