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Quel che resta dell’auto

Stiamo vivendo un periodo oscuro, di quelli che si studieranno per anni e occuperanno interi capitoli nei libri di storia. Ne deriva che ognuno di noi stia facendo la storia, nel suo piccolo per noi isolati in casa o esprimendo le direttive per il futuro nel caso di chi dovrebbe coordinare le scelte, governo o ente che sia.
Devo dire che non sembra dominino idee chiare. Oppressi da un presente angoscioso che richiede scelte prioritarie per la salute (e ci sarebbe molto da discutere proprio sulle scelte fatte sin qui) la visione del futuro sfuma e si diversifica in opinioni e pareri sempre meno connessi con la realtà perché paradossalmente è proprio quest’ultima a sfumare, con scenari sempre più ipotetici che non possono per forza di cose rifarsi a esperienze precedenti.

Ma sull’auto almeno qualcosa di chiaro c’è. E’ poco, certo, ma il virus ha posto le regole e oggi, si sa, il virus comanda.
Il distanziamento sociale segna il de profundis della mobilità pubblica. E’ un fatto.

Esaminiamo la situazione. Se torniamo con le lancette a prima della pandemia, troviamo un mondo in cui da tempo le esigenze del traffico non erano più al centro dell’agenda. Troppe auto per poche strade e nessuna disponibilità a costruirne di nuove, con la convinzione che il mezzo privato fosse un male da combattere, anche con non infrequenti episodi di fanatismo. In Lombardia qualcuno ha parlato addirittura di rieducazione alla mobilità, da brividi in un Paese democratico (!??).
Così i passi evolutivi si sono mossi verso i mezzi pubblici e in share, mentre pure il trasporto aereo ha dato un concreto contributo con le compagnie low cost.

Ora però le cose sono assai diverse. In un paio di mesi tutto è stato rimesso in discussione dalla paura e si sa che la paura è un potente catalizzatore. Oggi occorre stare separati gli uni dagli altri ed è fuori discussione che i mezzi pubblici siano ancora una soluzione di mobilità praticabile. Troppi i rischi di contagio su una metropolitana, parecchi anche su automobili a noleggio o condivise, addirittura inaccettabili su un’aereo.
Se quindi con un impeto di leggerezza facciamo un salto in un futuro che ci auguriamo quanto più prossimo, ci troveremo a dover benedire il fatto di possedere un’auto, unico mezzo che ci permetterà di svolgere la nostra attività in relativa sicurezza, quantomeno negli spostamenti.
Credo che dovremo riscrivere tutto in ambito minimale, restringendo di pari passo con la ritirata del virus (ma non la sua scomparsa) il range degli spostamenti.
Niente più viaggi aerei per un pezzo e anche dopo vedremo quali compagnie saranno sopravvissute e a che prezzo si potrà ancora volare. Anche i treni saranno tendenzialmente vuoti, tanto più quelli moderni che non adottano più gli scompartimenti, forma di relativo isolamento.

Quindi ambito locale piuttosto che intercontinentale, con la probabile esclusione anche dell’estero per un lungo periodo. Dunque il rilancio dell’auto privata è nel novero delle cose, anche se non sarà imponente; torneremo comunque a muoverci ognuno per conto proprio.
Un’ultima osservazione. Non sono affatto sicuro che l’acquisto di un’auto sarà in cima alla lista delle priorità per gran parte della popolazione. Credo perciò che sarà il mercato dell’usato il primo a crescere, ma temo anche che rivedremo per le strade molte carrette decisamente inquinanti.
Economia di guerra, condizione dimenticata da decenni. Quindi per l’auto tolleranza o rigore? Scelta difficile, che però si dovrà fare.

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