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E se domani…

Batterie senza cobalto che durano oltre un decennio per auto parsimoniose che vanno piano e non emettono inquinanti. Dare un’occhiata all’universo parallelo potrebbe aiutarci a trovare una soluzione.

Due notizie hanno catturato la mia attenzione in questi giorni: l’annuncio di una nuova tecnologia per gli accumulatori da parte di SVolt, lo spin off high tech della cinese Great Wall, e quello di Volvo sulla limitazione a 180 km/h per ogni suo nuovo modello. Ce n’è poi una terza, che apparentemente non c’entra nulla ma che apre a scenari globali fantascientifici: la Nasa ritiene di avere le prove dell’esistenza di un universo parallelo in cui il tempo scorre in direzione opposta a quella del nostro.

L’epidemia ha rotto le uova nel paniere a chiunque si sia schierato sul versante elettrico. La crisi economica parallela a quella sanitaria è senza precedenti e non lascia alcun margine per iniziative che non permettano rientri in tempi ragionevolmente prevedibili; incidentalmente però, ogni investimento in ambito elettrico ha tempi di redemption distesi nell’arco di decenni se non più.

Veniamo al punto, quindi. Sappiamo tutti che il problema dei problemi è quello della rete di ricarica; come realizzarla, come pagarla (intendo CHI la dovrà pagare), con quali fonti produrre l’energia per alimentarla.
Inutile girarci intorno, oggi all’orizzonte non ci sono le premesse per una soluzione. Tutta la retorica sul mondo nuovo da costruire, sull’onda dei buoni sentimenti scaturiti dalla catarsi da virus, si scontra con un’abitudine alla speculazione che trasuda da ogni aspetto del nostro modo di vivere; basta guardare cosa si stia scatenando tra le aziende farmaceutiche a proposito del possibile vaccino.

Quindi ogni annuncio come quello di SVolt, che con il suo procedimento brevettato ha eliminato dal catodo il costoso (e non solo in termini economici) cobalto, aumentando così la vita della batteria a 15 anni e 1,2 milioni di chilometri con autonomie, calcolate sui modelli Great Wall di 600 o addirittura 880 km, non sposta il problema della ricarica.
Fatto atto di fiducia
, non è comunque una soluzione il postulare che la tua auto si ricarichi prevalentemente a casa.

Nè lo è limitare la velocità massima, e veniamo alla Volvo, al palese scopo di ridurre l’assorbimento di corrente dall’accumulatore. Certo la sicurezza, zero incidenti, bla bla bla.
Per oltre un secolo le prestazioni sono state il claim di ogni costruttore, spalmate su argomenti diversi ma universalmente accettate dall’inconscio dell’acquirente, che se ne nutre per giustificare il suo esborso e trovarvi una gratificazione.

Se ora le auto dovranno andare piano, guidare da sole, non fare rumore, dare la precedenza alle biciclette, c’è davvero da domandarsi se avere un’auto abbia ancora senso.
Non fosse che il virus l’ha resa oggi l’unico modo sicuro di muoversi, l’atteggiamento delle amministrazioni al riguardo ne avrebbe già segnato il de profundis.

E la terza notizia? Beh, se potessimo fare un saltino nell’universo parallelo e tornare indietro, sarebbe il caso di fare tesoro degli errori e impostare il mondo in modo diverso.
E magari creare un ambiente in cui muoversi sia perfettamente in armonia con la natura, in cui produrre non inquini e in cui crescere sia sostenibile per tutta l’umanità.

Il bello (e il brutto) della vita è che non sai mai fino in fondo cosa ti aspetti il giorno dopo. E sognare non costa nulla.

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