sato winner

Una solitaria Indy500

La seconda vittoria del giapponese Sato con quelle tribune vuote dà tutto il senso di come il motorsport stia inesorabilmente cambiando.

Domenica si è corsa la Indy 500 2020, l’edizione più anomala di quella che può ben essere ritenuta la più importante gara di velocità della Formula Indy. Anomala perché mancava quel bagno di folla che ha da sempre affollato le tribune dell’ovale di Indianapolis, un luogo ove si celebra ogni anno un rito inimitabile dal 1911.

Il campionato Indycar è assai diverso dalla F1 e non solo perché qui i team devono acquistare le diverse parti dell’auto dai fornitori autorizzati, attualmente Dallara per i telai, Honda e Chevy per i motori e Firestone per le gomme. I V6 turbo da 2.2 litri sono qui spinti al massimo per tutta la durata della gara, che più che un gioco di frenate e accelerazioni è una strategia basata sullo stare il più possibile in testa sfiorando quel muro a ognuna delle 4 curve che compongono il circuito.

Facile liquidarla come una gara “dove basta tenere giù”. E’ un mondo diverso, dove la velocità è l’assoluto (le medie sul giro sono attorno a 373 km/h) e farsi strada richiede skills e resistenza diversi da quelli europei. Ne è la prova l’essere fuori dalla Top 20 di Fernando Alonso, che non è stato in grado di inserirsi nell’indiavolato confronto tra Scott e Dixon che ha caratterizzato l’intera gara, salvo l’intelligente strategia di Sato di sfruttare la sosta ai box per sopravanzare tutti nel finale.

Un mondo diverso, dicevo, ma ugualmente affascinante. A partire dall’ E85, 85% di etanolo e 15% di benzina, che alimenta i motori invece degli idrocarburi selezionati della F1, per giungere all’incredibile resistenza fisica richiesta ai piloti, che corrono per oltre tre ore a un ritmo forsennato.

Sono ancora solo gli Usa a celebrare il mito dell’automobile come la conosciamo oggi; meno high tech, ma più fegato.

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