greppia

Deus lo “volt”

E’ la stessa fede di Pietro l’Eremita quella dei sostenitori della new age ambientale? Forse, ma la riscrittura in termini “elettrici” del grido battaglia nasconde una lotta serrata per assicurarsi il business mondiale del secolo.

In Europa è in atto una crociata, la prima del secondo millennio; la crociata green, che ha come claim l’eliminazione delle emissioni di CO2.
Il fatto che scienza, economia, politica si siamo schierate omogeneamente (ma con motivazioni affatto diverse) a favore di questo impeto dal sapore medievale mostra diverse sfaccettature e dà la possibilità a tutta una nuova serie di strutture, associate a quelle già esistenti ma più lungimiranti in ottica di business, di spartirsi una torta miliardaria.

Inizio con un paradosso. Tra i principali produttori di anidride carbonica del globo ci sono… gli esseri viventi. Un uomo che corre emette circa 25 g di CO2 a chilometro il che, moltiplicato per una popolazione di 8 miliardi di persone, fa circa 200.000 t/km. Ovviamente c’è anche tutto il mondo animale e pure molte piante, che di notte invertono il ciclo.
Ergo la CO2 fa parte del ciclo vitale e quindi non è eliminabile; incidentalmente non è neppure dannosa, ma solo irrespirabile. Bisognerà farsene una ragione. E magari smettere di devastare l’Amazzonia.

Autorevoli studi worldwide mostrano però che quella prodotta dalle attività umane ha modificato il clima. Non sono certo un negazionista, ma mi corre l’obbligo di far notare come nel tempo molte credenze ferree si siano mostrate fallaci. Quando ero bambino, parecchio tempo fa, a marzo andavamo al parco a giocare con le pistole ad acqua. E tutti gli immobili a pianterreno della Riviera a di Levante in Liguria avevano le guide esterne per collocare tavole a impedire l’ingresso dell’acqua negli immancabili allagamenti di settembre.
Eppure nessuno parlò di cambiamenti climatici, nemmeno quando le temperature scesero, e parecchio, negli anni successivi.

Oggi sulla Rai si fa commentare a un economista la relazione tra Sars Cov-2 e particolato; ciò la dice lunga su quanto certe idee nascano da interessi che ambiscono a consolidarsi il più presto possibile.
Nel tourbillon di eventi, stimoli e disastri causato dall’epidemia, associato a quello di un’economia che ansima, le prospettive di cambiamento descritte come ambientalmente vantaggiose sono spesso tali solo per chi intende abbracciarle, mentre per la popolazione significano più che altro restrizioni e privazioni; una recessione individuale, per così dire.

Mi limito all’automobile, il mio campo. Il passaggio ai modelli elettrici implica nell’immediato un esborso considerevolmente più alto per ciascun acquirente, tale da negare di fatto la possibilità di acquisto ad ampie fasce di popolazione. Si prospetta quindi un ritorno all’inizio del secolo scorso, con masse di persone costrette a pedalare o a spostarsi con mezzi pubblici, che in tempo di covid non sono certo un’opzione sicura in termini di contagio.

La riedizione da secondo millennio del “Dio lo vuole” suona quindi “Il clima lo vuole”. Il fatto è che scegliere elettrico non vuol dire salvare l’ambiente, il re è sempre più spesso nudo.
Giacimenti di nichel con condizioni di sfruttamento inaccettabili, di cobalto con cunicoli fatti solo per i bambini, aumento della produzione elettrica fatto a suon di centrali a carbone sono il concreto lato industriale di una svolta che si annuncia doppiamente negativa, per l’ambiente e per il sociale.

Con milioni di nuovi poveri all’orizzonte, perdere altrettanti milioni di posti di lavoro nel settore auto non potrà che far durare molto più a lungo la recessione, dalla quale non si uscirà tutti con il sorriso ma piuttosto con la prospettiva di ricchi chiusi nei compound e masse di indigenti a tentare di cavarsela, fuori. L’ad di Stellantis Tavares ha già prospettato migliaia di licenziamenti se le linee guida della UE in ambito trasporti non saranno più ragionevoli di fronte alla realtà tecnologica possibile.
A volte ho l’impressione che certi concetti vadano avanti per inerzia, ripetendo come un disco rotto le stesse cose.

A tutti interessa l’ambiente, se non per sé per i propri figli. Ma l’ambiente è fatto anche di condizioni di vita e di capisaldi non trattabili. Come il diritto di muoversi, che oggi sembra venire messo in discussione a ogni piè sospinto.
Non credo che ci sarà vero progresso se non condiviso e, soprattutto, ottenuto con il consenso, non con le imposizioni.

Se si trascura la realtà di vita della gente, il futuro sarà inevitabilmente a tinte fosche, pur solcato da silenziose auto elettriche.

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