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Progressive takeover

L’addio di Mike Manley a Stellantis è un altro tassello del controllo sempre più centralizzato del gruppo da parte dell’ad Tavares e quindi della Francia. E c’è chi parla ancora di joint venture…

Passare dai vertici di Chrysler, Dodge, Jeep e Ram a ceo di AutoNation, il più grande consorzio statunitense di rivendita di automobili, può essere visto come un successo. O come una scelta di convenienza per lasciare campo libero a una nuova gestione. Il fatto che Mark Stewart Ceo Nord America e Antonio Filosa Coo Sud America, membri del Comitato Esecutivo, d’ora in poi riporteranno direttamente all’amministratore delegato Carlos Tavares la dice lunga su quanto le scelte relative al mercato d’Oltreatlantico saranno d’ora in poi gestite direttamente da Oltralpe.
Verrebbe quasi da collegare l’uscita di Mike al ritiro dell’ambasciatore francese dagli States, mossa inedita di Macron che vede il suo Paese messo da parte sulle scelte militari strategiche ma anche penalizzato dall’annullamento di contratti miliardari.

Ma i francesi, si sa, recuperano rapidamente. E consolidano. E mentre Tavares alza la voce con la UE sui limiti imposti alle emissioni che spingono verso un futuro automobilistico solo elettrico, va avanti parallelamente con il piano per stare sul mercato anche dopo il 2030. Manley era un dirigente del gruppo di Marchionne e gli era subentrato dopo la sua scomparsa nel 2018; con la sua dipartita da Stellantis l’autonomia decisionale della Francia su progetti e strategie per ogni mercato è ancora più forte e libera da qualunque opposizione interna non conforme.
Il fatto che gli sia stato offerto un posto nel consiglio di amministrazione della fondazione Stellantis, che si occupa di attività filantropiche, è un tipico atteggiamento all’americana per giubilare i dirigenti off line; in soldoni dopo 20 in azienda il suo contributo non è più ritenuto fondamentale.

Riguardo le ricadute occupazionali sul nostro Paese, legate alle prospettive industriali di Stellantis su scala internazionale, non sono del tutto ottimista. Il fatto che con Opel le cose siano andate in maniera tutto sommato positiva, pur con una decisa riduzione di fatturato, fa capo a precisi accordi franco/tedeschi; i cancellieri teutoni proteggono sempre efficacemente la loro nazione, al contrario dei politici italiani. E se l’auto deve cambiare in maniera così radicale possiamo solo augurarci che la tradizionale ecletticità dei nostri tecnici ritagli un ruolo operativo futuro anche per le strutture italiane.

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